Re.Set #24: …c’è crisi dappertutto?

I asked 7 experts if the Comey firing is a constitutional crisis” (vox.com)

Is Comey’s dismissal a constitutional crisis?” (theatlantic.com)

Is this a constitutional crisis?” (politico.com)

Sono questi i titoli che alcune testate online (e non) hanno dedicato al “caso Comey”, ossia alla gentile (ma manco troppo) defenestrazione del capo dell’FBI per mano di DJT (la seconda nella storia degli USA, dopo quella di Session – omonimo dell’attuale Attorney General – destituito da Bill Clinton nel 1993). Comey è (anzi, era) responsabile dell’indagine relativa ai presunti rapporti tra l’intelligence russa e il comitato elettorale di Trump che hanno (anche qui presumibilmente) favorito la vittoria del biondissimo alle presidenziali. Per molti è proprio questa la ragione che ha spinto Trump a “licenziare” Comey. Per la Casa Bianca, le ragioni sono, invece, di tipo organizzativo: l’FBI è allo sbaraglio (vedi gestione del caso “mail-Hillary”) e serve una nuova guida. Freshness, baby.

Nella lettera inviata da DJT a Comey si legge: “I have received the attached letters from the Attorney General and Deputy Attorney General of the United States recommending your dismissal as the Director of the Federal Bureau of Investigation. I have accepted their recommendation and you are hereby terminated and removed from office, effective immediately. While I greatly appreciate you informing me, on three separate occasions, that I am not under investigation, I nevertheless concur with the judgment of the Department of Justice that you are not able to effectively lead the Bureau. It is essential that we find new leadership for the FBI that restores public trust and confidence in its vital law enforcement mission. I wish you the best of luck for your future endeavours. Donald J. Trump”.

Insomma, si dice tutto e si dice niente. Povero Comey. Pure la presa per il sedere del “best of luck”. Ma Comey lo sa: è stato defenestrato a causa dell’indagine sui rapporti tra lo staff di Trump e i servizi segreti russi. Qualcun’altro avrebbe dovuto seguire quel file. Non Comey, che tutto era, fuorché un fidato di Trump (e che, tra l’altro, si era pure beccato un tweet al veleno del presidente, che alludeva ad una possibile registrazione delle conversazioni private avute con Comey stesso alla Casa Bianca)*.

Rimosso Comey, molti (democrats) hanno gridato alla “crisi costituzionale” (ad esempio, David Cole, professore alla Georgetown University, secondo il quale “anytime a sitting president fires the person responsible for investigating his campaigns potential criminal activities, it is a matter of grave public concern. When that criminal investigation involves collaboration with Russia to undermine the U.S. democratic process, it’s a constitutional crisis”). In realtà la faccenda è complessa e, come accade spesso, può indurre a confondere il piano giuridico con quello politico. Le testate più prestigiose d’oltreoceano si sono addentrate nella faccenda, intervistando numerosi accademici proprio sul tema della possibile crisi costituzionale in USA.

In USA, sono essenzialmente due i lavori di riferimento in materia:

 

1) Keith Whittington, Yet another constitutional crisis?, William & Mary Law Review, 2002

2) Sanford Levinson e Jack Balkin, Constitutional crises, University of Pennsylvania Law Review, 2009

 

Da un sapiente merger dei due paper [fatto da Dylan Matthews di Vox.com, non da me, purtroppo (per me)] emerge una tripartizione delle possibili crisi costituzionali in USA:

 

1) Crisi di tipo operativo, che avvengono “when important political disputes cannot be resolved within the existing constitutional framework”: la Costituzione, in sostanza, non permette la soluzione di un conflitto politico senza che ne derivi una “calamity”

2) Crisi di fedeltà costituzionale, che avvengono, invece, quando “what the Constitution prescribes is clear, but one or more politician or branch of government willfully defies it”. Diciamo che corrisponde al nostrano “attentato alla Costituzione”.

3) Crisi per lotte di potere (“power struggle crisis”), le quali nascono laddove “two or more political actors each strongly believe the other is violating the Constitution or constitutional norms each side has a real argument that it’s obeying and the other isn’t”.

 

Vox ha quindi intervistato Levinson in persona, il quale ha dichiarato che non vi sono affatto i margini per dichiarare aperta una crisi costituzionale: Trump aveva tutto il diritto di destituire Comey (“the constitutional crisis is having an ignorant narcissist like Donald Trump as President without the opportunity of dismissing him with a vote of no confidence”, ha dichiarato a Verfassungsblog, toccandola piano).

D’altronde la Costituzione parla chiaro. Secondo la cosiddetta “appointments clause” (art. II, sec. 2, clause 2), il Presidente “shall nominate, and by and with the advice and consent of the Senate, shall appoint Ambassadors, other public Ministers and Consuls, Judges of the supreme Court, and all other Officers of the United States, whose appointments are not herein otherwise provided for, and which shall be established by Law”. Posto tale potere di nomina, la Supreme Court in Myers v. United States (1926) stabilì che “The President is empowered by the Constitution to remove any executive officer appointed by him by and with the advice and consent of the Senate. (…) this power is not subject in its exercise to the assent of the Senate, nor can it be made so by an act of Congress”.

Insomma, il defenestramento è “legal” e, secondo la maggioranza degli studiosi interpellati, non dovrebbe dar luogo ad una crisi costituzionale (la quale, al massimo, potrebbe nascere da una improbabile scelta del Congresso di nominare uno special prosecutor che si occupi dell’affaire Russia (come vorrebbero i Dem), aprendo uno scontro diretto con l’esecutivo; ipotesi quasi fantascientifica, posta la maggioranza repubblicana alla Camera (solidissima) e al Senato (meno solida, ma sufficiente) e posto il generale – ma, certo, non prevedibile in senso assoluto, specie nel lungo termine (lo dice Eric Posner, non lo dico io) – appoggio incondizionato del partito a DJT).

Nessuna crisi costituzionale non significa nessuna crisi politica, però. Come dice (bene) Dylan Matthews: “actions can be legal and constitutional and non-crisis-precipitating and still very, very bad”. E non ci vuole un costituzionalista per capire quanto sia “bad” destituire il tizio che ti sta indagando per una faccenda così delicata come il Russiagate. Talmente “bad” che, per qualcuno, Trump “has put impeachment on the table”. Non è un caso che Cass Sunstein (Harvard) abbia recentemente ricondiviso sui social un suo noto paper proprio sull’impeachment, come a dire “famolo!”. Sempre da Harvard, anche Mark Tushnet dichiara: “It’s absolutely fair to put impeachment on the table right now. I don’t think it’s likely, but there’s enough smoke around to suggest that there might be impeachable conduct that we should worry about”.

E a coloro che associano l’impeachment ad una crisi costituzionale tout-court, Tushnet risponde: “impeachment itself is not a constitutional crisis, because it’s actually in the Constitution. And so an impeachment means, on some level, that the Constitution is working”.

Tutto (o gran parte) sta, comunque, nel vedere quanto ancora il partito repubblicano avrà voglia di turarsi il naso di fronte alle flatulenze che provengono dalla Casa Bianca. Lo ha dichiarato lo stesso Levinson a Politico: “The political crisis arises if and when several major Republicans express significant concern. (…) One must assume that most Republicans would in fact prefer Mike Pence as president”.

Pop-corn, grazie.

 

* Per un’approfondita analisi dei retroscena potete dare uno sguardo alla newsletter di oggi dell’evergreen Francesco Costa.

 

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