Re.Set #21: lo specchio di Orbán (o “the outside within”)

Titolo criptico? Forse. A dirla tutta, è una (parziale) citazione. Chi sto citando? Maximilian Steinbeis, editor e fondatore di Verfassungsblog, sito di approfondimento politico-costituzionale. Sono iscritto alla newsletter di Max, che periodicamente aggiorna i suoi lettori sullo status-quo dei processi democratici che avvengono in UE e nel mondo.

Da qualche giorno la comunità accademica mondiale è in tumulto per dei fatti che stanno accadendo in Ungheria; fatti gravi, di cui – per ora – i media italiani si stanno occupando solo marginalmente.

Mi era caduto l’occhio su qualche post, ma la stanchezza (…è la primavera) degli ultimi giorni aveva avuto la meglio: nessun approfondimento, nessun “leggi altro”. A farmi svegliare ci ha pensato, appunto, Max Steinbeis, che con la sua illuminante newsletter (intitolata, appunto, “the outside within“) mi ha costretto a comprendere quello che sta accadendo in quel di Budapest.

Martedì scorso il governo ungherese, guidato dal primo ministro Viktor Orbán (il cui pedigree politico potete approfondire voi stessi googlando il suo nome o, in alternativa, qui), ha presentato in Parlamento un emendamento alla Legge sull’istruzione superiore, il quale prevede – in sostanza – che le istituzioni universitarie straniere che operano in Ungheria debbano avere anche un campus presso lo Stato “di origine”. L’emendamento è chiaramente volto a impedire l’ordinaria attività della CEU (Central European University), ateneo americano che opera solo in Ungheria (ha il suo unico campus a Budapest), rilasciando diplomi riconosciuti in entrambi gli Stati.

La ragione alla base dell’emendamento, ancora non approvato, sta (a detta dello stesso Orbán) nella necessità di non porre le università ungheresi in una situazione di svantaggio rispetto agli atenei stranieri operanti nello Stato; svantaggio che starebbe nell’impossibilità per i primi di rilasciare diplomi validi sia in Ungheria che negli USA.

In realtà, la ragione di tale accanimento va cercata in una faccenda quasi personale, ossia l’odio nutrito da Orbán nei confronti di George Soros, multimiliardario americano di origini ungheresi, fondatore della stessa CEU e finanziatore, per mezzo della sua Open Society Foundation, di numerose ong (una su tutte: Transparency International) che periodicamente “fanno le pulci” a Stati diversamente democratici quali, per l’appunto, l’Ungheria. Una figura, quella di Soros, sulla quale l’opinione pubblica mondiale è sempre stata divisa: per alcuni è solo uno spietato finanziatore dell’establishment, per altri è un soldato della democrazia. La verità sta nel mezzo, di solito. Orbán è ormai da tempo impegnato in una aspra guerra contro il filantropo, di cui la faccenda CEU è solo l’ultima battaglia. E il primo ministro ungherese non si fa scrupoli nell’ammetterlo. Qualche giorno fa ha infatti dichiarato: “Not even a billionaire can stand above the law, therefore this university must also obey the law”.

Il problema, però, è che la CEU sta rispettando la legge. In un comunicato apparso sul sito dell’Università si legge: “Contrary to the prime minister’s statement, there is no current Hungarian law that requires universities to have operations in their home countries in order to award degrees in Hungary”. Detto, fatto. Ecco l’emendamento, il quale, se passerà, potrebbe costringere la CEU a sospendere la propria attività in Ungheria e quindi, di fatto, a chiudere.

La comunità accademica mondiale sta mostrando solidarietà nei riguardi della CEU e del suo rettore Michael Ignatieff attraverso note apparse nei siti degli atenei e post sui principali social networks, sempre accompagnati dall’hashtag #IstandwithCEU. Ignatieff ha anche pubblicato un video-appello sul sito web della CEU e ieri una enorme folla si è riversata lungo le strade di Budapest per protestare contro l’emendamento.

Per salvare la CEU (a detta dello stesso Orbán) si potrebbe ricorrere ad un accordo “internationally binding” tra Ungheria e Stati Uniti. Il ministro dell’istruzione Laszlo Palkovics ha già dichiarato che il governo sarebbe pronto a promuovere l’iniziativa. Il rettore Ignatieff ha tuttavia espresso delle perplessità: l’accordo dovrebbe intercorrere tra USA e Ungheria, non già tra lo Stato di New York (presso il quale la CEU è registrata) e lo Stato ungherese, come si è paventato.

Insomma, la questione rimane aperta e la CEU continua ad essere in pericolo. Lo dimostra anche la recente nota di Mark C. Toner, portavoce dello US State Department, nella quale si legge: “We urge the Government of Hungary to avoid taking any legislative action that would compromise CEU’s operations or independence”. Per alcuni la chiave di volta della questione si chiama Trump, amico di Orbán e oppositore di Soros. Una sua “inerzia” potrebbe condannare la CEU e con essa, mi sento di dire, la libertà scientifica in uno Stato membro dell’UE che la prevede espressamente in Costituzione.

E qui torniamo a Verfassungsblog e alla newsletter di Steinbeis, nella quale c’è un passaggio che mi ha colpito particolarmente. Un paragrafetto nel quale il giurista riflette sul peccato originale dei populismi nazionalisti, ossia la vitale necessità di trovare dei nemici nei quali “specchiarsi” per trovare se stessi. Alla fine, però, finisce che costoro non risolvono la loro crisi identitaria, ma finiscono per accentuarla ancor di più: vogliono uccidere il nemico, eliminarlo, perché l’immagine che esso riflette è disturbante ai loro occhi. Vogliono rimanere soli, senza specchi, chiusi nella loro autocelebrazione, ma non possono non specchiarsi, perché la loro immagine parziale li rende inesistenti. Il nazionalista populista esiste perché ha quel nemico nel quale specchiarsi. Ecco il passaggio:

“Populists are characterized by the fact that they want to perceive their own as a totality, as whole, eternal, preexisting by nature: their own country, their own history, their own political destiny, their own people. To see something as a whole, however, means to see it from the outside. (…) From the inside all you get to see are perspectives, respects, details, never the total. This is, before all tactical and strategic reasons, why populists need enemies – as a shield of reflection in which to see themselves, finally not only in this or that respect, finally as they supposedly really are, finally whole. But what if this reflection image is full of blinding spots, facets from the outside flashing back the light from within – what then reflects what? What do you see? No clear image, no totality, just a blur of specks and highlights. This is what populists cannot stand. This is why they strive so stubbornly and against all reason to eliminate the outside within, whether it is NGOs in Russia or Imams in Germany or Soros-funded universities in Hungary”.

Chi crede, invece, in un’Europa dei popoli, crede nello specchio come fonte di conoscenza e critica di se stesso. Io voglio specchiarmi nell’altro non per capire cosa odio e dunque eliminarlo, ma per capire cosa sono e dove posso migliorare. Ecco cosa mi (e ci, spero) distingue dagli Orbán e dai Trump.

I nazional-populisti del ventunesimo secolo, però, a differenza dei loro predecessori nati e morti nel ‘900, hanno affinato il metodo attraverso il quale eliminano i loro nemici. Se prima la defenestrazione avveniva brutalmente, in barba ad ogni regola giuridica e morale, oggi questa avviene nel rispetto formale delle regole e delle procedure. Dice bene, quindi, Gábor Halmai, professore all’EUI di Firenze, che dalle pagine di Verfassungsblog stigmatizza così il fenomeno: “In a globalized world the more brutal forms of intimidation are best replaced with more subtle forms of coercion. Therefore, they work in a more ambiguous spectrum that exists between democracy and authoritarianism, and from a distance, many of them look almost democratic, as the leader of Hungary, a Member State of the EU, does. (…) And as opposed to previous dictators of the old good times of totalitarian regimes, who just closed up organizations they did not like, without any scruples, today’s authoritarians take advantage of formalistic legal arguments against their enemies”.

Questo aspetto deve farci alzare la guardia. Non tutti gli specchi sono uguali e non tutti i primi ministri si specchiano col pettine in mano. Qualcuno ha una pistola e se ne frega dei sette anni di sfiga.

#IstandwithCEU

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