Re.Set #18: POTUS is not CEO

Trump: il buon, vecchio, caro Donald John Trump. Ce la stai mettendo tutta per farti ceccare e balanzare, eh?

Stamattina la CNN, non per niente, titola così: “Trump just got checked and balanced”.

No news, per carità. All’indomani dell’elezione dell’orange guy tutti speravano nel buon funzionamento della Costituzione americana, basata sulla nota teoria della separazione dei poteri e sul meno noto concetto di “checks and balances”, ossia “controlli e contrappesi”.

La divisione dei poteri è ben chiara all’interno del testo costituzionale degli Stati Uniti. Meno immediata risulta invece l’individuazione del sistema C&B, “nascosto” tra procedure e regole che potrebbero disorientare il lettore meno esperto (tipo me).

Allora ci potrebbe aiutare un video preso in prestito da YouTube. Disegni e frecce a volte aiutano ad “afferrare” il concetto:

Ma perché molti (specie i Democrats che non riuscivano a capacitarsi del risultato delle elezioni) speravano nel buon funzionamento del sistema C&B? Semplice. Tutti si aspettavano una certa aggressività legislativa del DJT già dalle prime settimane di mandato.

E infatti eccoci qui, sommersi da una consistente mole di executive orders. Quanti di noi hanno usato questo termine negli ultimi giorni? Tutti o quasi: “Hey, hai sentito dell’ordine esecutivo di Trump? Pazzesco”.

Pochi, però (me compreso) conoscevano esattamente la natura di quest’atto di competenza presidenziale. A fare luce ci ha pensato il costituzionalista Roberto Bin, che dalle pagine di lacostituzione.info ha fatto un po’ di chiarezza:

“La Costituzione non li prevede, sono però giustificati in base all’art. 2, che attribuisce il potere esecutivo al Presidente. Certe volte essi sono autorizzati da una legge che delega all’esecutivo la sua attuazione (questi atti assomigliano ai nostri decreti legislativi delegati), ma per lo più sono atti emanati dal Presidente senza alcun passaggio in Parlamento (al contrario dei nostri decreti legge) (…) Gli executive orders sono dunque atti autonomi decisi dal Presidente, che però non hanno forza di legge, non possono cioè andare contro quello che la legge dispone: di solito contengono una clausola finale che esplicitamente esclude la possibilità che contrastino con le leggi. Di conseguenza questi atti possono essere disapplicati da qualsiasi giudice se considerati in contrasto con le leggi in vigore”.

Trump sta facendo (per ora) un massiccio uso degli EO. Quello assurto alle cronache, però, è il cosiddetto Muslim Ban, ossia il divieto di ingresso negli USA (cioè un blocco dei visti) nei confronti dei cittadini di 7 Paesi (Iran, Siria, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen e Libia). La ragione? Prevenire il terrorismo. La conseguenza? La contrarietà alle leggi vigenti sull’immigrazione, nonché la palese incostituzionalità.

Ed eccoci qui, dunque, a commentare una roba stranissima (si scherza): ossia la disapplicazione degli EO da parte dei giudici federali, come anticipato da Bin. Voilà, mesdames et messieurs, i “controlli e contrappesi” che – deo gratias – rendono gli Stati Uniti la federal democracy che tutti conoscono e che qualcuno guarda ammirato.

Dapprima (martedì scorso) il giudice Andre Birotte Jr., su ricorso di 28 cittadini americani di origine yemenita, ha revocato il divieto in via temporanea per tutti coloro che fossero in regolare possesso di un “immigrant visa” (leggi qui l’order in pdf). Poi la stoccata finale: due giorni fa un altro giudice distrettuale, James Robart, ha emanato un nuovo ordine di sospensione temporanea del divieto (disponibile integralmente qui).

Nel testo della decisione si legge: “The work of the judiciary, and this court, is limited to ensuring that the actions taken by the other two branches comport with this country’s laws and, more importantly, with our Constitution. (…) The court concludes that the circumstances brought before it today are such that it must intervene to fulfil its constitutional role in our tripart government”.

Insomma: l’EO di Trump è incostituzionale e, in quanto tale, il potere giudiziario è tenuto a fare il suo lavoro nei limiti delle proprie competenze, ossia, in questo caso (come già anticipato dal prof. Bin) disapplicare il provvedimento. Checks and balances, baby. Come non mai.

Trump non se l’è fatto ripetere due volte. Ha twittato con rabbia: rovesceremo la decisione di questo cosiddetto giudice (testualmente “so-called judge”), la quale elimina dal nostro Paese il concetto di attuazione della legge. Quanto livore. Eppure era stato nientepopodimeno che George W. Bush, repubblicano come Trump, a nominare Robart. Vabbé.

Stamattina – zac! – arriva la decisione della 9th US Circuit Court of Appeals in San Francisco: niente reintroduzione del divieto. Viene chiesto il deposito di ulteriore documentazione da parte dello Stato di Washington e dell’amministrazione Trump. Nulla di fatto, quindi, almeno per ora. Non gli riescono nemmeno più i tweet, povero DJT. Era la cosa che sapeva fare meglio.

Nel frattempo, proprio per non farci mancare nulla, Trump ha letteralmente cacciato via l’US Attorney General Sally Yates (il “Ministro della Giustizia”, per dirla proprio male), la quale – baluardo vivente dello Stato di diritto – aveva inviato una lettera ai funzionari del dipartimento di giustizia nella quale invitava a non dare attuazione all’EO di Trump (leggi la lettera qui). Al suo posto è stata nominata in via temporanea Dana Boente, in attesa della conferma definitiva da parte del Senato della “vera” scelta di Trump (anche questa, nemmeno a farlo apposta, contestatissima), ossia il senatore Jeff Sessions.

Insomma, potremmo dire di essere alle solite, se solo tutto ciò non stesse accadendo in America, il Paese dell’ “e pluribus unum”, dello State of the Union e compagnia bella.

La Costituzione. Meno male che c’è lei. Sono sicuro che essa riservi ancora numerosi strumenti di tipo C&B che permetteranno di arginare la tracotanza di un personaggio da reality entrato per caso nello studio ovale. Trump sa di essere presidente, ma si comporta da amministratore delegato. Vorrebbe poter dettare la linea senza impicci, né ostacoli. Eh no, my dear. POTUS is not CEO.

Per ora, la cosa più vera l’ha detta un non-americano. Sto parlando di David Allen Green, law columnist del Financial Times, già altre volte citato su questo blog. Ha scritto ieri su Twitter, commentando il delirio da social di DJT: “The noise of the Executive being angry at the Judiciary is the sound of a working Constitution”.

That’s all, folks.

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