Re.Set #13: konsulta unchained

Tutti attendono la pronuncia della Consulta sulla legge elettorale Italicum, prevista per il 24 gennaio del prossimo anno. L’arco costituzionale si arrovella, a partire dal M5S (che guarda alla sentenza come mi’ nonna guarda Il Segreto) fino al presidente-incaricato Paolo Gentiloni, il quale, oltre a dover provvedere all’adozione di una legge elettorale per il Senato, dovrà pure riflettere sugli eventuali provvedimenti di “correzione” al Legalicum (‘sta cosa dei nomi ci sta davvero sfuggendo di mano).

I giudici, dopo aver rinviato – tra mille polemiche – l’udienza inizialmente prevista per il 4 ottobre 2016, ora avranno tutto il tempo per riflettere bene. Ma, nel frattempo, sono stati in molti a spremersi le meningi: ed eccoci quindi invasi da opinioni, pareri, osservazioni sulle parti della Legge n.52/2015 che saranno con molta probabilità tacciate di incostituzionalità. Vanno per la maggiore – ma guarda un po’ – il premio di maggioranza, le liste parzialmente bloccate, il divieto di apparentamento al ballottaggio, le candidature plurime.

Ma siccome sul web, ma soprattutto su questo blog, il tecnicismo non è di moda, allora ho deciso di divertirmi un po’, provando a pronosticare la scelta dei singoli giudici della Corte Costituzionale sulla base di elementi quali il loro passato “politico”, taluni appoggi di rilievo (a.k.a endorsements) e alcune loro dichiarazioni. Una cosa cattivella, senza alcuna pretesa di veridicità. Anche perché le dichiarazioni sono (giustamente) poche e centellinate: i membri della Consulta “custodiscono” la nostra carta costituzionale e devono tenersi fuori dall’agone politico.

Piccola premessa: la Corte decide sui singoli punti a maggioranza dei componenti. Le recenti dimissioni del prof. Frigo hanno portato a 14 il numero totale dei togati. Sic stantibus rebus, in caso di parità, il voto del presidente Paolo Grossi sarà decisivo: vale doppio.

E allora daje:

  • Paolo Grossi, presidente: parla poco. Definito un “conservatore liberale”. Qualche mese fa, però, interrogato sulla ancora lontana sentenza-Italicum, dichiarava: “La Corte giudicherà all’insegna del principio di ragionevolezza. Nella Corte la collegialità è osservata assolutamente, tutto è frutto di una discussione approfondita, ma emerge la volontà del collegio nelle nostre sentenze”. Criptico, equilibrato. Però il riferimento al principio di ragionevolezza è un dato da non trascurare.
  • Alessandro Criscuolo: ha chiesto a gran voce una legge elettorale nel 2014, ma è stato severo con la riforma costituzionale Renzi-Boschi, specie con riferimento al vaglio preventivo delle leggi elettorali da parte della Corte. Proviene dalla corrente UniCost dell’Associazione Nazionale Magistrati, il cui Statuto recita così: “rispetto del pluralismo ideologico, della partecipazione democratica di base, della tutela delle minoranze e del non collateralismo politico”.
  • Giorgio Lattanzi: penalista eletto dalla Cassazione, due figli (uno avvocato e una giudice al TAR) e già direttore degli Affari Generali Penali del Ministero della Giustizia. Non si è tirato indietro quando, nel marzo scorso, in occasione della Festa dell’Unità Nazionale, gli è stato chiesto di far parte della delegazione (capeggiata da Grasso e Boschi) che ha deposto la corona di alloro in Piazza Venezia.
  • Aldo Carosi: direttamente dalla Corte dei Conti. Viterbese, definito “centrista”. Non per niente, era accanto a Mattarella nella sala verde della Consulta durante il primo discorso da Capo dello Stato di quest’ultimo.
  • Marta Cartabia: vicinissima al Presidente Emerito Napolitano, il quale non solo l’ha voluta alla Corte, ma ne paventava anche la “candidabilità” al Quirinale. Notoriamente vicina all’ala di sinistra del mondo cattolico, è però allieva di Valerio Onida, ex presidente della Consulta e noto oppositore del ddl Renzi-Boschi.
  • Mario Rosario Morelli: non avvezzo alle esternazioni, è stato però relatore di una sentenza sui diritti dei figli delle coppie omosessuali che ha fatto arrabbiare più di qualche “pezzo grosso” in area cattolica. Provenienza? Cassazione.
  • Giancarlo Coraggio: ex Presidente del Consiglio di Stato, già giudice della Corte di Giustizia Federale della FIGC, poi dimessosi per polemiche derivanti da un parere riguardante Claudio Lotito. Probabilmente l’inquilino più imperscrutabile del Palazzo della Consulta.
  • Giuliano Amato: vabbè. Il Dottor Sottile, l’Ipotesi Amato. Quello sempre buono. Rapporti con il Governo Renzi pochi: anzi, a dirla tutta è stato uno dei purgati nella corsa al Colle del 2015. Il quotidiano La Repubblica gli attribuisce “la regia che, a maggio scorso, ha portato la Corte a schierarsi contro il governo sulle pensioni, mettendo Padoan e lo stesso Renzi in grave difficoltà”. Nominato da Napolitano.
  • Silvana Sciarra: fiorentina d’adozione, europeista di ferro, candidata del Partito Democratico alla Consulta. Votata, però, anche dal M5S.
  • Daria De Pretis: amministrativista nominata da Napolitano, ex rettrice dell’Università di Trento. Moglie dell’ex deputato dell’Ulivo Giovanni Kessler, membro dell’Assemblea Costituente del Partito Democratico. Redattrice della sentenza che “promosse” la Legge Severino.
  • Nicolò Zanon: l’unico presumibilmente di area FI. Fu mandato al CSM proprio dall’allora PdL. Nominato da Napolitano, ha avuto nelle mani il “dossier Italicum” e ha istruito la pratica ormai giunta quasi alle battute finali.
  • Franco Modugno: è stato il candidato del M5S, ma sia il Sole24Ore che il Manifesto lo danno tra i pro-Italicum. Non strinse la mano a Renzi durante il giuramento.
  • Augusto Barbera: il giudice renziano, #moltosemplicemente. Per Il Mulino ha scritto un pezzo intitolato “Italicum: più pregi che difetti”, il quale si chiudeva così: “Non credo che questo testo ponga problemi di legittimità costituzionale. Anzi, colgo l’occasione per dissociarmi da quei colleghi costituzionalisti (pochi in realtà, ma con le spalle coperte da importanti mezzi di informazione) che con troppa leggerezza mettono in campo la Carta costituzionale (delegittimando più la Carta che il testo di riforma elettorale).
  • Giulio Prosperetti: catto-liberal, allievo di Gino Giugni, Giudice della Corte d’Appello della Città del Vaticano, vicino a Confindustria.

Questo è il quadro. Ovvio, tutte supposizioni. Un esercizio cattivello, l’ho detto. I giudici decideranno applicando il diritto, mica sulla base degli orientamenti politici (più o meno verificabili) di ciascuno. Sarebbe però ipocrita negare l’esistenza di pressioni politiche sui togati. Ne ha parlato anche Cerasa sul Foglio circa tre mesi fa.

Sulla base del mio esercizietto, i giudici politicamente contrari all’Italicum dovrebbero essere 4/5; i restanti si attesterebbero su posizioni favorevoli o neutrali. Il Sole24Ore ha diviso le due fazioni sulla base dell’appoggio dato alla proposta di rinvio dell’udienza inizialmente prevista per il 4 Ottobre: pro-Italicum sarebbero Amato, Barbera, Zanon, Cartabia, Sciarra e De Pretis; contra-Italicum Criscuolo, Lattanzi, Carosi, Morelli e Coraggio. Restano fuori dai “rumors” il Presidente Grossi, Prosperetti e Modugno. Volendo, ad esempio, piazzare Prosperetti tra i favorevoli e Modugno tra i contrari (ipotesi peraltro non così remota), si prospetterebbe proprio quell’ipotesi di parità che conferirebbe ruolo decisivo al voto del professor Paolo Grossi. Che cattiveria.

Vabbè. Esercizietto finito. Abbiamo scherzato fin troppo. Si torna alla realtà. La sera tutti leoni. La mattina (domani mattina, ma pure quella dopo) tutti Gentiloni, eh.

 

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