Re.Set #12: le basi

Matteo domani si dimette. Il no ha vinto, e di molto. L’aveva detto, lo farà. Giusto il tempo di un Consiglio dei Ministri “di ringraziamento” e poi si va al Quirinale. Palla al Matta.

Non ha torto, Matteo. Con quella faccia stanca, quel sorriso forzato, quell’aplomb da comedian che è dovuto salire per forza sul palco: “questa campagna referendaria ha fatto riavvicinare i cittadini alla Costituzione”, ha detto poco fa. E io la penso allo stesso modo. Bravo, Mattè.

Però, cavolo, le basi. La regola di questa settimana (non so se quella che si conclude o quella che inizia) è quella secondo la quale le cose belle si fanno tutti assieme. La Costituzione è una cosa bella, bella assai. Ed è stata fatta in un clima di condivisione, dopo vent’anni di fascismo. Per cambiarla ci vuole un’armonia non dissimile. Il 138 prevede la maggioranza dei 2/3 dei componenti in doppia lettura. Se non c’è (come non c’è stata, appunto), la palla passa al popolo. Questo proprio perché deve essere il corpo elettorale a dare il via libera ad una riforma approvata senza la necessaria “copertura”.

L’ha detto prima di me Marica Di Pierri, attivista e giornalista, in un post su Facebook: “In queste ore concitate vorrei dì na cosa semplice: la riforma della costituzione nun se po proprio fa solo contro tutti, Mattè. So’ le basi”.

Renzi ci ha provato. Ha provato a fare una riforma ambiziosa con l’appoggio della parte maggioritaria del suo partito e di qualche treppiede da zerovirgola. Troppo poco. Infatti l’avventura è iniziata con le interpretazioni fantasiose dei regolamenti parlamentari e si è conclusa con una bocciatura plebiscitaria.

Faceva quasi pena, Matteo, su quel predellino. Tentava di sorridere, di far battute, ma l’abbiamo capito tutti cosa sentiva in cuor suo. Era amareggiato, forse pure incazzato. Ora sarà per lui il tempo della riflessione.

Meno riflessivi mi sembrano coloro che già gettano fango sullo strumento-referendum costituzionale. E fa male vederlo fare da tecnici, esperti, professori che fino a ieri chiamavano a gran voce il popolo alle urne. Ma come, raga? Di nuovo la storia che la democrazia è bella solo se vincete voi, altrimenti fa schifetto? No, dai. Ci basta Lessig in America, evitiamo di copiare gli States anche nei tic dei progressisti isterici.

Per il resto, staremo a vedere. Renzi ha parlato di “cammino”. Non si fermerà di certo. Tornerà. E magari – ce lo auguriamo tutti – sarà più riflessivo. In caso contrario, auguri. La tracotanza non paga.

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