Re.Set #10: animali fantastici

…e dove trovarli? Semplice: tra le fila delle celebrities che supportano il sì al referendum. Per carità: animali – si fa per scherzare – simili se non uguali se ne trovano anche al di qua del Rubicone (metafora, quella cesarea, già più volte usata in chiave referendaria). Però quelli del sì hanno una caratteristica unica: sono istituzionalizzati.

I “fantastici” del no sono scontati, sempre gli stessi: da Moni Ovadia a Monica Guerritore, passando per Sabina Guzzanti e qualche altro girotondino della prima (e ultima) ora. Un fronte compatto, direi. Radical-chic, ma omogenei assai, da sempre. E questa volta con un merito “strategico”: hanno preferito non fare appelli, non firmare documenti, non vergare solennemente alcunché.

I “fantastici” del sì sono invece una roba nuovissima. Un’ondata di soffocante freschezza che non può non travolgerti. Ti prende, ti coinvolge, ti trascina alle urne con la bandiera in mano, come sogna quel birbone di De Luca. Gente del mondo del cinema, della musica, della danza, dello sport. Tutti uniti da un tormento che da anni disturbava il loro sonno: la riforma, radicale, della Costituzione Repubblicana.

Per conoscerli basta un giretto sul sito del Comitato Basta Un Sì. C’è un appello dei “fantastici”, un bel documento in cui spiegano il perché del loro voto favorevole. Eccolo, il peccato originale: l’endorsement bellamente formalizzato. Cartabollato. Riporto il nome di qualche firmatario: Accorsi Stefano, Ginoble Gianluca (Il Volo), Bocelli Andrea, Bolle Roberto, Caselli Caterina, Capotondi Cristiana, Comencini Cristina, Favino Pierfrancesco, Fracci Carla, Ghini Massimo, Orlando Silvio, Ozpetek Ferzan, Placido Michele, Preziosi Alessandro, Recalcati Massimo, Salvatores Gabriele, Sandrelli Stefania, Sorrentino Paolo, Tamaro Susanna, Tardelli Marco, Tognazzi Ricki, Tozzi Riccardo, Valeri Franca, Vanoni Ornella, Virzi’ Paolo, Zingaretti Luca.

Ne sono molti di più, ma non è questo il punto. L’accozzaglia, come già detto, sta anche dalla parte opposta. Il punto, invece, è che, ora e oggi, il formal endorsement allontana inesorabilmente i voti. L’esperienza americana lo dimostra. DJT aveva l’appoggio formale di pochissime celebs. Hillary, invece, ha fatto incetta di dichiarazioni formali di supporto. A nulla sono valse.

Perché? Beh, qui vale la regola (che è anche quella della settimana) “better out than in”. Ce lo insegnava già Banksy, che intitolava così la sua mostra “mobile” del 2013 a New York. Meglio quelli “fuori” che quelli “dentro”, meglio gli outsiders. E Renzi, nonostante gli sforzi di chi twitta “#bastaunsì contro l’establishment”, rappresenta proprio la famosa casta. Non importa che ciò sia vero o meno. Quel che importa è la percezione.

In USA Hillary era percepita da una parte della popolazione come il prototipo dell’establishment-candidate: dalla parte di Wall Street, dalla parte dell’1%. Trump era percepito come il folle salto nel buio. Ed è stato preferito, con l’aiuto del sistema elettorale. In Italia, sono mesi che si fa terrorismo psicologico facendo leva sulle “conseguenze del no”: spread in salita, mercati impazziti, povertà, pil in picchiata. Una strategia fallimentare. Il popolo se ne frega del pil, dei mercati. Il popolo voterà con la pancia e sarà difficile convincere gli indecisi con i metodi “à la Financial Times” (ieri si paventava l’uscita dall’eurozona in caso di sconfitta di Renzi).

E ancora meno convincenti sono (e saranno: occhio) gli endorsement formali. Insomma, gli appelli degli animali fantastici portano sfiga. Lo dicono #Trumpocalypse & #Brexit. E nel nostro caso, sono pure inopportuni. Stiamo conducendo una riforma costituzionale alla promulgazione (o alla gogna) con le tessere del tifoso tra le mani e con la schiuma tra i denti. Uno Stato che è uno stadio e un popolo che è ultrà. Nulla di più sbagliato. Speriamo di non accorgercene troppo tardi.

 

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