Re.Set #9: Costituzione à la carte

Qua sembra che nessuno voglia mettersi l’anima in pace. DJT è il President-elect degli USA e qualcuno non vuole crederci. Allora, come si fa di solito quando non si vuole accettare una data realtà, si cerca di trovare ogni mezzo per delegittimare l’esistente. Il problema è che qui si vuole delegittimare la Costituzione americana e a volerlo fare sono proprio quei Democrats che fino a qualche giorno fa prendevano in giro Trump e la sua ignoranza costituzionale. “Non ha mai letto la nostra meravigliosa Costituzione”, dicevano, “come farà a garantire la sua corretta applicazione?”.

Frasi da bulli, coscienti di una superiorità sancita dalla morale e, perché no, da un consenso dato troppo per scontato. Nessuno si aspettava una tale batosta (nemmeno io, per quel che può valere) e i Dems ora non sanno che pesci pigliare: sono confusi, si sentono calati in un videogioco buggato. Melania vuole il campo da golf e l’orto di Michelle sembra già una cosa lontana. Che incubo.

Una sconfitta, però, è una sconfitta. Va accettata, anche e soprattutto perché vidimata dalle regole del gioco, scritte, guarda un po’, proprio nella “nostra (loro, ndr) meravigliosa Costituzione”. E invece no. I democratici non ci stanno. E – magia! – oggi si accorgono che, a guardarle bene, queste regole del gioco non sono poi così meravigliose. Potevano essere scritte meglio.

A sollevare la polemica non è un analista qualsiasi: è Larry Lessig, candidato Dem della prima ora, king dell’open knowledge e media guru, professore di diritto costituzionale a Harvard. Uno col pedigree.

Ad essere preso di mira è il sistema elettorale USA, il quale prevede che ciascuno Stato assegni al candidato più votato un “pacchetto fisso” di voti, quelli dei “grandi elettori”, i quali confluiranno poi nel grande Collegio Elettorale degli Stati Uniti per votare definitivamente (il prossimo 19 novembre) Presidente e Vicepresidente. Un meccanismo che gli americani definiscono sinteticamente come “winner-takes-all”. Trump ha ottenuto la quota necessaria di Stati (e quindi di grandi elettori: 270) per avere la garanzia di essere scelto quale prossimo Presidente, nonostante la Clinton abbia preso la maggioranza dei voti dei cittadini (200.000 preferenze in più rispetto a Trump).

Queste sono le regole. Sono scritte nel 12th amendment della Costituzione americana, il quale evidentemente non è stato dettato da Trump. Sta lì dal 1804: milleottocentoquattro. Hillary e il suo avversario conoscevano le procedure sin dall’inizio e hanno plasmato le loro campagne elettorali avendo bene in mente il quadro descritto.

A leggere Lessig, però, questa Costituzione sembra essere diventata improvvisamente antidemocratica. “Non viene eletto presidente il più votato dai cittadini, scandaloso!”. Wow, infatti! È così solo da duecento anni! E – la butto lì – magari questo collegio elettorale servirà pure a qualcosa. Diceva Alexander Hamilton, padre fondatore USA, dalle pagine del Federalist 68: “an intermediate body of electors will be much less apt to convulse the community with any extraordinary or violent movements”.

Ma qui non si tratta di valutare la democraticità o meno di un sistema di grandi elettori che scelgono il Presidente. Su quello si può discutere (e, in effetti, si discute da anni). Qui si tratta, invece, di giustificare o meno una scelta politica ben precisa: quella di delegittimare ex-post una procedura costituzionale arcinota. Lessig auspica, infatti, una vera e propria ribellione dei grandi elettori. Ha lanciato una petizione sul sempiterno Change.org con la quale chiede che il 19 dicembre prossimo la parte repubblicana del collegio elettorale si esprima “liberamente”, cioè indipendentemente dalla linea di partito. I grandi elettori del GOP, ritiene il professore, hanno una chance enorme: quella di cestinare Trump e ripristinare la democrazia, nel pieno rispetto della Costituzione. Per ottenere questo risultato, è necessario che a dicembre votino per la Clinton. Da nessuna parte è scritto che i “big” debbano votare in maniera conforme alla linea di partito, dice Lessig. Quindi possono, anzi devono assecondare la volontà del popolo americano.

Ma LL e gli altri compari avrebbero ragionato allo stesso modo se la situazione all’alba del 9 novembre fosse stata esattamente rovesciata? Con Trump vincitore tra i cittadini e Hillary con il “pieno” di grandi elettori? Il dubbio viene.

Arnaldo Testi, ordinario di Storia Americana all’Università di Pisa e curatore del blog “shortcutsamerica”, giovedì scorso ha precisato su Facebook alcuni aspetti che rendono assurda questa battaglia del giorno dopo: “Primo, il governo americano è un governo federale, il sistema è fatto così da più di 200 anni, tutti sanno da sempre che il gioco è questo, mica cambiano legge elettorale a ogni piè sospinto. Secondo, se il sistema fosse diverso e diventasse determinante il voto popolare nazionale, beh, il manuale del piccolo attivista (Electoral Politics for Dumbs) ci dice che tutte le strategie e tattiche elettorali di candidati e partiti cambierebbero radicalmente e i risultati sarebbero chissà quali. Terzo, il sistema è incardinato nella Costituzione, serve a dare importanza anche agli Stati più piccoli (che almeno tre voti elettorali se li ritrovano). Per cambiarlo ci vuole un emendamento costituzionale che, essendo il governo degli Stati Uniti un governo federale, deve essere ratificato da ¾ degli Stati, quindi anche da quegli Stati piccoli che col piffero l’approvano”. Sul suo blog trovate anche un dettagliato articolo sulle origini (e sulle prospettive) del sistema elettorale americano.

Io a Lessig je vojo bene, l’ho letto e continuerò a leggerlo. Anzi, se si ricandiderà, lo supporterò come prima e più di prima: è geniale e ha delle idee geniali (vedi sezione “media” del mio sito). Ma stavolta non mi ha convinto. Trump sarà pure il peggio del peggio, ma se c’è qualcosa che è peggio del peggio del peggio, questa cosa è una Costituzione à la carte. Trump passa, le Costituzioni restano.

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