Re.Set #7: to Rome with love <3

Alla fine è arrivata.

Cosa?

Ma come “cosa”? La lettera!

Ah, sì, la lettera.

La lettera più temuta: peggio della missiva della groupie impazzita, peggio del carteggio Nenni-Spinelli, peggio pure della lettera 22 di Montanelli. Stiamo parlando dell’apparentemente innocuo pezzo di carta che due giorni fa è stato recapitato a Renzi da quei buontemponi della Commissione Europea.

Tutti i giornali ne parlano. Ma di cosa si tratta?

Andiamo per ordine: si tratta di un provvedimento abbastanza “oscuro” che l’esecutivo europeo ha la facoltà di adottare quando, nel contesto del coordinamento delle politiche economiche degli Stati Membri UE, ci si accorge che il Documento Programmatico di Bilancio presentato da uno Stato non rispetta taluni obblighi di “politica finanziaria” imposti dal Patto di Stabilità e Crescita.

Incomprensibile? Quasi. Cerchiamo di andare per tappe:

  • Ciascuno Stato Membro della Zona Euro è tenuto a presentare, nel contesto del Semestre Europeo, entro il 30 aprile di ogni anno, un “programma di bilancio nazionale a medio termine”. Nel nostro caso, stiamo parlando del tanto chiacchierato DEF (Documento di Economia e Finanza), in cui è resa pubblica la strategia economica e di finanza pubblica nel medio termine. A seguito della presentazione del DEF, la Commissione aveva adottato una raccomandazione in cui invitava il governo ad operare una riduzione del deficit strutturale dello 0,6% nel 2017. Il deficit strutturale è l’indebitamento netto dello Stato (cioè l’eccedenza della spesa rispetto alle risorse a disposizione), corretto per gli effetti del ciclo economico e per gli effetti delle misure una tantum. Detta proprio semplice-semplice.
  • Ciascuno Stato Membro della Zona Euro, poi, è tenuto a trasmettere alla Commissione e all’Eurogruppo entro il 15 ottobre di ogni anno il Documento Programmatico di Bilancio, nel quale viene illustrato il proprio progetto di bilancio per l’anno successivo. In particolare, il Documento contiene l’obiettivo di saldo e le proiezioni delle entrate e delle spese. Il DPB presentato dal Ministro Padoan il 21 ottobre scorso (…solito ritardo) smentisce le promesse fatte nella scorsa primavera in merito al deficit strutturale: niente riduzione; anzi: un bell’aumento dello 0,4% del PIL.
  • L’articolo 7 del Regolamento UE n.473/2013 stabilisce che la Commissione, qualora riscontri un’inosservanza particolarmente grave degli obblighi di politica finanziaria definiti nel Patto di Stabilità e Crescita, possa adottare un parere sul DPB in cui si chieda…una revisione del DPB entro tre settimane. Il tutto, e qui vi voglio attenti, “previa consultazione dello Stato membro interessato entro una settimana dalla presentazione del progetto di documento programmatico di bilancio”. Eccola qui, la “letter rule”: una norma che, utilizzando il termine vago “consultazione”, lascia alla Commissione ampio margine di manovra con riguardo alle forme di tale contatto con i governi. Nel nostro caso, si è optato per la classica letterina “to Rome with love”, con la quale i Commissari Dombrovskis e Moscovici hanno chiesto a Renzi “spiegazioni sulla revisione degli obiettivi e del divario sostanzioso rispetto agli impegni presi nella primavera scorsa”.

Insomma, la solita cazziata made in UE, stavolta anche ben meditata, visto che i Commissari hanno valutato bene l’opportunità dell’invio. Una strigliata a Renzi, infatti, avrebbe potuto riaccendere il malcelato antieuropeismo (o antieurocratismo) che aleggia ormai da anni a Palazzo Chigi. Il Presidente del Consiglio non le ha mandate a dire: “se l’UE vuole che abbassiamo le spese per i migranti, allora aprano le loro porte. Invece della bocca, aprano il portafoglio”. Come non detto.

In questo caso, però, la ragione sta da entrambe le parti. L’Unione Europea dei vincoli di bilancio non regge più, Renzi o non Renzi. Un’occasione per ripartire è (forse) la “comunitarizzazione” del Fiscal Compact, ossia il suo inserimento nel contesto dei trattati UE, da compiersi entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (cioè entro il primo gennaio 2018). Paolo De Ioanna e Gustavo Piga lo hanno detto un paio di giorni fa dalle pagine del Sole 24 Ore: “utilizzare questa occasione per realizzare un confronto critico e una revisione delle regole che abroghi tutte le norme a valle del Trattato di Maastricht”. Il Presidente del Consiglio però dovrebbe meditare meglio le proprie esternazioni; passare da una critica oggettiva del sistema ad un coacervo di dichiarazioni populiste potrebbe essere controproducente: specie quando si sta conducendo una campagna referendaria assolutamente priva di toni antieuropeistici. La riforma è stata scritta “guardando all’Europa”, si è scritto.

Ecco, spiegateci quale Europa, perché quella delle lettere minatorie non piace nemmeno a voi, mi pare.

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