Re.Set #6: un quesito T.A.R…tassato

Giovedì scorso il TAR Lazio ha emanato la sentenza sul ricorso promosso da Sinistra Italiana e M5S avverso il DPR di indizione del referendum “confermativo” del 4 dicembre. Nella sostanza, i ricorrenti lamentavano l’illegittimità del quesito (vedi Re.Set #3) – e quindi del decreto presidenziale – per violazione di legge ed eccesso di potere.

Una sentenza breve, un primo giro di boa, in attesa della pronuncia sul “ricorso Onida”. I giudici, dopo alcuni giorni di camera di consiglio, hanno dichiarato il ricorso inammissibile per difetto assoluto di giurisdizione.

Cosa significa? Significa che il giudice amministrativo non può proprio sindacare quell’atto, cioè quel DPR, in quanto si limita a recepire i quesiti così come “approvati” dall’Ufficio Centrale per il Referendum presso la Corte di Cassazione. Nella sostanza, dicono i giudici, il Presidente della Repubblica, nell’emanare quel DPR, non ha esercitato attività amministrativa o attività politica “non libera”, ma si è limitato a riportare i quesiti così come giunti dalla Cassazione. Questo non significa, dicono i togati, che gli atti del Presidente della Repubblica non siano mai sindacabili dagli organi di giustizia amministrativa, ma bisognerà valutare volta per volta la “natura del potere in concreto esercitato alla stregua delle specifiche attribuzioni riconosciute dall’ordinamento”.

Allo stesso modo non sarebbe possibile, sostiene la Sezione Seconda Bis del TAR Lazio, estendere il sindacato all’ordinanza dell’Ufficio Centrale della Cassazione, “stante la natura di organo rigorosamente neutrale dello stesso, essenzialmente titolare di funzioni di controllo esterno espletate in posizione di terzietà ed indipendenza nell’ambito del procedimento referendario costituzionale, con la connessa impossibilità di qualificare gli atti dallo stesso adottati in materia di referendum come atti oggettivamente e soggettivamente amministrativi”.

Quanto alla possibilità di sollevare questione di legittimità costituzionale con riferimento alla Legge 352/1970 (quella che disciplina il referendum, vedi di nuovo Re.Set #3), il TAR ritiene che tale eventualità sia “rimessa al vaglio dell’Ufficio Centrale, essendo stata ammessa la sua legittimazione a sollevare questioni incidentali di costituzionalità innanzi alla Corte Costituzionale”. Come dire: ci dovevano pensare i promotori del referendum. Un po’ hand-washy, ma vabbè.

Niente annullamento del DPR, quindi, e – ça va sans dire – niente sospensione del decreto e “di ogni altro atto e/o comportamento presupposto, consequenziale e/o connesso”. I ricorrenti restano con un pugno di mosche in mano. Gli avvocati delle parti ricorrenti hanno dichiarato: “Una tale decisione, se divenisse definitiva, finirebbe per sottrarre alla cognizione di tutte le magistrature del Paese un atto amministrativo fondamentale per la nostra democrazia (…) e così affidando a un organo assertivamente non censurabile un potere che non è riconosciuto da alcuna legge dello Stato, e che anzi nella specie appare essere stato esercitato in aperta violazione dell’art. 138 Cost. e dell’art. 16 della Legge 352/1970”. “Stiamo valutando” – hanno concluso i legali – “se e come impugnare in competente sede la sentenza del TAR Lazio, perché in uno Stato di Diritto non può esserci nulla che non sia giustiziabile dinanzi a un’autorità giudiziaria”.

Il fronte del sì ha espresso scetticismo dinanzi all’ultima affermazione. Comprensibile. Però è anche vero che il TAR Lazio ha dato una sua lettura della sindacabilità dei poteri del Presidente della Repubblica e non è detto che tale lettura non possa essere rovesciata o comunque modificata in sede di (eventuale) impugnazione. Staremo a vedere.

Intanto pendono ancora (di fronte al TAR Lazio e al tribunale ordinario di Milano) i “ricorsi Onida”, che, pur vertendo sempre sul quesito referendario, toccano un profilo diverso, ossia quello della disomogeneità del quesito e della necessità di uno “spacchettamento ex-post”. Troppi argomenti insieme, sostiene l’ex presidente della Corte Costituzionale, ledono la libertà di voto dell’elettore (art. 48 Cost). Meglio votare su più micro-quesiti. Onida, per farla breve, punta a “paralizzare” il referendum attraverso una questione di legittimità costituzionale sollevata in via incidentale. Il tribunale di Milano si pronuncerà tra pochi giorni, il 27 ottobre. Successivamente (il 16 novembre) toccherà di nuovo al TAR Lazio.

Qualcuno si è chiesto se la sentenza sul ricorso M5S-SI investa indirettamente anche i ricorsi Onida, in quanto il TAR ha chiarito dei punti fondamentali in merito al sollevamento della questione di costituzionalità. La risposta del costituzionalista non si è fatta attendere: “Il TAR non risponde a noi, perché noi abbiamo fatto ricorso come semplici elettori: non essendo promotori del referendum, a che titolo avremmo potuto o potremmo interloquire con l’Ufficio Centrale?”.

Il secondo round, quindi, potrebbe riservare qualche sorpresa. Gli scettici, anche qui, prevalgono. In effetti, la questione “spacchettamento” ci ha già accompagnati durante l’estate e la maggioranza degli studiosi di diritto costituzionale si è espressa sfavorevolmente rispetto a tale eventualità. Ciononostante, nessuno può escludere che la patata bollente venga davvero passata alla Corte Costituzionale. In fondo, Onida vuole semplicemente questo: che la Consulta dica la sua.

Piano con la spavalderia, quindi. Il quattro dicembre è lontano e la sensibilità dei giudici è un dato non calcolabile e soprattutto non sottovalutabile. Got it, guys?

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