Re.Set #3: quesiti esistenziali

Qualche giorno fa, durante la trasmissione Otto e Mezzo, il premier Renzi ha sventolato con orgoglio il foglio contenente il quesito referendario sul quale saremo chiamati ad esprimerci il prossimo 4 dicembre. Non l’avesse mai fatto.

Il popolo della rete si è diviso: da una parte coloro che hanno gridato alla dittatura, alla limitazione della libertà; dall’altra coloro che hanno accolto con favore il quesito, ritenuto obiettivo, chiaro e rispondente al contenuto della riforma.

Gli opinionisti seriali hanno estratto le spade dal fodero: chi ha deciso il contenuto della formula? Perché c’è scritto “x” e non “y”?

E allora leggiamolo, questo quesito:

“Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione” approvato dal parlamento e pubblicato nelle Gazzetta ufficiale n.88 del 15 aprile 2016?”

In effetti, ad una rapida lettura, la formula non sembra brillare per obiettività. Vengono indicate le principali innovazioni apportate dalla riforma, con enfasi particolare sull’abbattimento dei costi della politica. Messa così, sfiderei chiunque a votare “no”.

“Renzi, il solito furbacchione”, qualcuno dirà. Eppure il quesito qualcuno l’ha indirettamente approvato. Chi? I parlamentari. Eh sì.

Leggiamo insieme l’articolo 16 della Legge 352/1970 in materia di referendum: “Il quesito da sottoporre a referendum consiste nella formula seguente: «Approvate il testo della legge di revisione dell’articolo… (o degli articoli …) della Costituzione, concernente … (o concernenti …), approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero … del … ?»; ovvero: «Approvate il testo della legge costituzionale … concernente … approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero … del … ?»

Arabo? Sì.

In soldoni, il quesito non è altro che il copia-incolla del titolo del disegno di legge costituzionale votato da entrambi i rami del Parlamento. I parlamentari lo sapevano sin dall’inizio e non hanno mai sollevato polemiche di sorta.

Il problema, dunque, è a monte e non a valle. Bisognava intervenire in tempo e far presente che il titolo del ddl costituzionale era obiettivamente incompatibile – per faziosità manifesta – con il futuro travaso dello stesso nel quesito referendario.

Tempo scaduto. A nulla serve oggi paventare l’intervento della Corte Costituzionale sul quesito: un percorso difficile, irto di limiti tecnici, a detta del Prof. Ugo De Siervo.

Ma se il problema, come abbiamo detto, è a monte, il fulcro del problema è sulla cima più alta di quel monte. Sul corno grande, diremmo noi abruzzesi. Un problema di “drafting”, cioè di corretta scrittura delle leggi. Chi stabilisce il titolo di un disegno di legge? Nel nostro caso siamo di fronte ad un ddl costituzionale di provenienza governativa (detto “Renzi-Boschi”, dal nome dei promotori) e dunque il titolo è stato modellato ad-hoc proprio dal governo. Quindi, in fondo, non aveva poi troppo torto chi dava del “furbacchione” al premier.

Ma non si tratta di furbizia spicciola, attenzione.

Il nostro Presidente del Consiglio è attento a ciò che succede fuori dai confini nazionali, specie quando si parla di politica legislativa. Ed è fine cultore dell’american style in materia.

Il Presidente USA Obama si è a lungo interrogato, specie nel corso del suo primo mandato, su come si possano scrivere le leggi in maniera tale orientare i comportamenti dei cittadini in una determinata direzione. Le sue riflessioni sfociarono in una scelta di campo: scelse Cass Sunstein, professore di diritto ad Harvard, come capo dell’Office of Information and Regulatory Affairs (un ufficio col compito di monitorare il processo di approvazione e implementazione delle politiche governative).

Sunstein è, assieme a Richard Thaler, l’inventore del paternalismo libertario (noto anche come “nudge theory”). Secondo questa teoria, nessuna scelta che compiamo è del tutto libera, poiché dobbiamo fare i conti con i limiti della nostra razionalità. Gli architetti delle scelte, cioè i legislatori, possono “far leva” su questo difetto – a detta di Sunstein e Thaler – per elaborare regole che orientino le scelte dell’individuo in una certa, prevedibile direzione, ma senza inibire o proibire alcuna opzione.

Renzi conosce molto bene il paternalismo libertario. Lo dimostra la nomina a sottosegretario di Tommaso Nannicini, ordinario alla Bocconi ed esperto di “nudge theory”, subito incaricato, infatti, di costituire una “cabina di regia” di supporto ai ministeri del Tesoro, del Lavoro e dello Sviluppo Economico ispirata alle elaborazioni teoriche di Sunstein e Thaler.

Carlo Stagnaro, fellow dell’Istituto Bruno Leoni e giornalista del Foglio, qualche giorno fa ha cercato di giustificare il “sì” al referendum alla luce delle digressioni costituzional-cinematografiche contenute nell’ultimo volume di Sunstein. Una forzatura che prova un po’ troppo. E forse lo stesso Stagnaro ne era consapevole, dato che il pezzo esordiva così: “Provocazione:…”

Eppure Sunstein c’è, ma non sta tanto nel contenuto della riforma, quanto nel quesito referendario. Una esemplare applicazione del paternalismo libertario: non ci verrà proibito di votare no, ma si cercherà di orientare la nostra scelta in una certa, prevedibile direzione.

Buon voto.

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