Re.Set #2: proprietà premiata

Lo scorso 14 settembre, giorno del discorso di Juncker sullo “Stato dell’Unione”, è stato presentato dal Commissario Günther H. Oettinger il nuovo pacchetto di riforma del “digital copyright” in UE. Una proposta che aleggiava da tempo nell’aria, ora tradottasi in articoli in “carta e ossa”.

L’obiettivo della riforma, ha spiegato Oettinger, è quello di tutelare gli editori dal riutilizzo nella rete di contenuti di loro proprietà. Ad essere presi di mira saranno dunque i cosiddetti “aggregatori digitali di notizie”, primo fra tutti Google News.

Cosa fanno gli aggregatori? Mettono a disposizione degli utenti le principali notizie attinenti ad una tematica d’interesse (a esempio: un determinato attacco terroristico), fornendo il link ad una testata online con una breve stringa che “anticipa” il contenuto dell’articolo stesso. Questa stringa è detta in gergo snippet e di solito riproduce le prime righe del contributo proposto. Ecco: la riforma presentata qualche giorno fa considera lo “snippet” come una violazione dei diritti di proprietà intellettuale degli editori e mira, per l’appunto, a remunerare questi ultimi per tale “improprio” utilizzo dei loro contenuti. Per dirla facile facile: Google e gli altri dovranno pagare per continuare ad “aggregare” le news.

Una proposta del genere nasconde presumibilmente un gran lavoro di lobbying da parte dei big players dell’editoria. Questi, però, devono essersi dimenticati (e con loro anche i commissari europei) delle recenti esperienze fallimentari in Germania e Spagna, dove leggi dal tenore molto simile hanno condotto rispettivamente alla concessione di speciali “licenze” agli aggregatori in quel di Berlino e alla scomparsa (goodbye, my lover) di Google News dalla rete internet spagnola.

La storia però non sempre insegna. E allora eccolo qui, l’articolo 13 della proposta di direttiva COM (2016) 593: “i prestatori di servizi della società dell’informazione, i quali conservano e mettono a disposizione del pubblico un grande numero di lavori o altri contenuti caricati dagli utenti devono, in cooperazione con i titolari dei rispettivi diritti, prendere le misure necessarie al fine di assicurare l’effettività degli accordi conclusi con i titolari dei diritti per l’uso dei loro lavori (…) queste misure, come ad esempio l’uso di efficaci tecnologie di riconoscimento di contenuto, devono essere appropriate e proporzionate (…)”.

La traduzione è mia, quindi non ufficiale e credo anche grossolana, ma la sostanza è quella. Risultato? Una formulazione imprecisa, che dovrà essere rivista nel corso dell’iter di approvazione della direttiva stessa. Ad esempio, sarà necessario quantificare quel “gran numero di lavori o altri contenuti”; andrà inoltre specificata l’accezione di “uso” cui la norma si riferisce. Non da ultimo, ha sollevato critiche il riferimento alle “efficaci tecnologie di riconoscimento di contenuto”: questi sistemi, che permettono l’identificazione di tutti i contenuti ospitati da una piattaforma al fine di “espellere” quelli non in regola con il copyright, sono “facilmente” gestibili da colossi come Youtube o Google; ma come la mettiamo con realtà più piccole ma ambiziose? L’implementazione di un sistema di “content ID” ha richiesto a Google un investimento di sessanta milioni di euro.

Però attenzione: quella appena descritta è una proposta di direttiva (meglio: una parte della proposta…); questo significa che ora dovrà partire l’iter legislativo che vedrà protagonisti il Consiglio dell’UE e il Parlamento Europeo. Ma non basta: qui la partita se la giocheranno anche i portatori di interessi, cioè i lobbisti. Quelli di Google da una parte e quelli degli editori dall’altra.

Lo scenario più infausto? Un’approvazione senza modifiche. La conseguenza immediata sarebbe la scomparsa di Google News dai computer collegati alla rete di tutta Europa. La conseguenza mediata sarà la morte degli small players dell’editoria. Se i big non hanno bisogno degli aggregatori per sopravvivere, non è così per i pesci più piccoli: molte testate minori sopravvivono proprio grazie ai click che Google News garantisce loro quotidianamente. Sad but true.

L’europarlamentare tedesca Julia Reda, da sempre in prima linea su diritti digitali e copyright, ha bollato la proposta come “retrograda”. Valeria Falce, professoressa di diritto dell’economia all’Università Europea di Roma, ha ammonito dalle pagine del Sole 24 Ore: “qui si gioca la partita che definisce la cornice dei diritti fondamentali da salvaguardare nella rete”. Eh sì, perché una eventuale fuga degli aggregatori limiterebbe inevitabilmente la circolazione delle informazioni sul web, con tutte le immaginabili conseguenze per noi utenti.

Utenti, ma anche cittadini. E se davvero esiste la tanto decantata cittadinanza digitale, essa porta con sé anche il fondamentale diritto all’informazione, che – ad uno sguardo attento – viene inesorabilmente compresso da questa riforma (de-forma?). Un auspicio: che vadano le associazioni, che vadano le organizzazioni non governative, che vadano i cittadini, per l’appunto. Dove? Ma a Bruxelles, no? Perché la partita non sarà mai equilibrata se gli interessi rappresentati saranno sempre e solo quelli delle multinazionali e delle big corporations. Certo, qualcuno dirà, ma gli europarlamentari hanno proprio il compito di rappresentarci e portare avanti le nostre istanze! Vero, ma non basta. La partita si gioca anche sul piano della rappresentanza di interessi, specie in Unione Europea. Qualcuno in quei palazzi di vetro comincia ad accorgersene. Si può vincere. Oggi si può.

 

Articolo apparso anche su ilsensodismillaperlarete.it

 

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