Re.Set #1: un problemino a Bruxelles

Ve lo ricordate Barroso? Sì, proprio lui, quel simpatico omone che presiedeva la Commissione Europea qualche anno fa. Sapete che lavoro fa oggi? Il lobbista. Per Goldman Sachs, la nota banca d’affari USA.

Nessuna retorica sulle lobby: esistono, rappresentano gli interessi particolari di banche, imprese, si interfacciano con le istituzioni, influenzano il processo decisionale. E questo ad ogni livello, dal Campidoglio al Parlamento Europeo.

Ma non è questo il punto: il problema è che Barroso ha ricoperto un ruolo delicato in Commissione Europea. Il più delicato: ne era il Presidente.

Può, dunque, un ex-capo dell’esecutivo europeo rappresentare, proprio nella stessa sede, gli interessi di una banca d’affari? In un primo momento sembrava di sì; d’altronde il Codice di Comportamento dei Commissari Europei (adottato nel 1999 e modificato nel 2004 e nel 2011) parla chiaro: gli ex-commissari devono notificare alla Commissione ogni attività che intendano svolgere nei diciotto mesi successivi alla cessazione della carica. Qualora tale attività verta su questioni che rientravano nell’ambito di competenza dell’ex-commissario notificante, la Commissione dovrà chiedere il parere del Comitato Etico Ad Hoc. Sulla base di tale parere, si deciderà sulla compatibilità di tale attività con l’articolo 245 del Trattato sul Funzionamento dell’UE. In ogni caso, all’ex-commissario è fatto divieto, in quei diciotto mesi, di svolgere attività di lobbying su questioni rientranti nel suo “vecchio” portfolio (punto 1.2 del Codice).

Cosa dice l’art. 245 del TFUE? “I membri della Commissione…fin dal loro insediamento, assumono l’impegno solenne di rispettare, per la durata delle loro funzioni e dopo la cessazione di queste, gli obblighi derivanti dalla loro carica, ed in particolare i doveri di onestà e delicatezza per quanto riguarda l’accettare, dopo tale cessazione, determinate funzioni o vantaggi. In caso di violazione degli obblighi stessi, la Corte di giustizia, su istanza del Consiglio o della Commissione, può, a seconda dei casi, pronunciare le dimissioni d’ufficio ovvero la decadenza dal diritto a pensione dell’interessato o da altri vantaggi sostitutivi.”.

Barroso ha ormai superato il limite dei diciotto mesi previsto dal punto 1.2 del Codice di Comportamento, quindi non è tenuto a notificare nulla e la sua nuova attività non dovrebbe, in linea di principio, essere sottoposta al vaglio del Comitato Etico.

In linea di principio, perché in realtà il Codice pone, allo stesso punto 1.2, una clausola di chiusura che recita così: The above rules are without prejudice to the duty to behave with integrity and discretion pursuant to Article 245 of the Treaty (TFEU) even beyond the period of 18 months after ceasing to hold office. Per dirla breve, la regola dei 18 mesi non pregiudica l’applicabilità dell’art. 245 TFUE anche oltre tale limite temporale.

Un bel po’ di cittadini europei si è sentito preso in giro: dalla Commissione, dai cosiddetti eurocrati, dall’apparato europeo. Gli eurofili, i più romantici, si sentono quasi traditi. Sono partite numerose petizioni. Una di queste proviene dallo stesso staff delle istituzioni europee (al grido: “not in our name”) ed ha raggiunto 75000 firme. Un po’ troppo per continuare ad ostentare indifferenza. Alcuni eminenti accademici europei hanno delineato le vie percorribili per ostacolare la marcia del “camaleonte”.

Qualcosa alla fine si è mosso: il mediatore europeo ha inviato una tagliente lettera al Presidente Juncker in cui si mettono in luce numerosi punti controversi relativi alla vicenda Barroso. Verrà consultato il Comitato Etico? La Commissione come si muoverà? Darà indicazioni al suo staff (considerato anche che – e non è roba da poco – Barroso si occuperà di difendere gli interessi di Goldman Sachs nella complessa vicenda della Brexit)? Sono queste, in sostanza, le domande rivolte dalla dottoressa Emily O’Reilly all’attuale capo dell’esecutivo UE. Ma non è tutto: il mediatore chiede espressamente che una risposta venga recapitata entro il 14 Ottobre 2016.

Detto, fatto. Juncker risponde dopo quattro giorni. E chiarisce alcuni dubbi. In primo luogo dichiara l’inevitabile: Barroso sarà trattato, nell’eventualità di una sua visita in Commissione, alla stregua di un “rappresentante di interessi” e saranno di conseguenza applicate le norme previste dal Transparency Register. In secondo luogo, riconosce (aderendo così alla lettura data dal Mediatore Europeo) che nel caso di specie potrebbe configurarsi una violazione dell’articolo 245 TFUE. Per questo motivo, continua Juncker, il Segretario Generale della Commissione invierà prossimamente una lettera a Barroso, con la quale chiederà all’ex-Presidente di rendere noto il contenuto del contratto concluso con Goldman Sachs. Una volta ottenute tali informazioni, sarà consultato il Comitato Etico Ad-Hoc, il quale rilascerà un parere che – ipotizziamo – costituirà il turning point dell’affaire Barroso: l’esito negativo della consultazione comporterà l’applicazione delle sanzioni di cui all’art. 245 TFUE.

La risposta del neo-lobbista non si è fatta attendere. Martedì 13 settembre arriva il postino in zona Berlyamont e consegna a Juncker una lettera firmata da Barroso, nella quale l’ex-presidente si dice favorevole al vaglio del Comitato Etico ma chiede chiarimenti sul se e sul come sia stata presa una decisione così netta nei suoi confronti. Decisione che, afferma, sarebbe “senza fondamento e discriminatoria”, in quanto gli altri “ex” sono accolti come tali nelle loro visite ufficiali, mentre a lui spetterebbe un trattamento – come specificato sopra – da lobbista (cioè, in sostanza: ogni incontro sarebbe registrato e “messo a verbale”). Barroso si dice stupito dal fatto che “il semplice collaborare con Goldman Sachs porti a sollevare questioni di integrità morale” e, in merito alla consulenza specifica sulla Brexit aggiunge: “Nonostante la mia nomina sia stata annunciata nel post-referendum, il board della banca aveva già deciso prima della consultazione referendaria”.

Nessun riferimento ai termini contrattuali, dunque. Per le scintille ci sarà tempo; il match è appena iniziato e siamo solo al secondo round.

La Commissione Europea, e questo è certo, sta cambiando direzione, assumendo un atteggiamento citizens-oriented. Il caso Apple ne è una testimonianza. Meno multinazionali, meno banche d’affari, più controllo sul rispetto delle regole e, inevitabilmente, più attenzione nei confronti dei processi democratici, troppo spesso bistrattati o addirittura sfacciatamente disattesi. Il tutto mentre in Europa ci si prendeva gioco del vertice di Ventotene, bollandolo come inutile teatrino.

A conferma del mutato orientamento, il Discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato ieri da Juncker: una lunga disamina di ciò che non va in casa UE, quasi un mea culpa. “Siamo ad un bivio”, ha affermato JCJ, “dobbiamo scegliere se rimboccarci le maniche o lasciare che l’UE finisca in brandelli davanti ai nostri occhi. I prossimi 10 mesi saranno decisivi per il destino dell’Unione tutta”. A seguire, cenni al caso Apple, alle nuove regole UE in tema di copyright (di cui ci riserviamo di parlare in futuro) e, soprattutto, una chiara presa di posizione: “L’UE ha bisogno di un Ministro degli Esteri e di una Forza Militare Comune Europea”.

Non sapremo (perlomeno non a breve) se questa sia effettivamente la strategia giusta per uscire dall’impasse, ma di certo il “vento dei populismi” che sferza l’Europa non potrà essere placato dall’inerzia di un’Unione data per morta. Ben venga un’Europa del fare. Però, in guardia: se verrà, non sarà solo merito di Juncker. Pensiamo al caso Barroso. Se siamo arrivati ad oggi, cioè ad una seria e formale messa in guardia sulle conseguenze di una scelta così delicata, dobbiamo ringraziare qualche avveduto funzionario, una manciata di studiosi e settantacinquemila cittadini.

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